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I nostri sensi ci permettono di comprendere solo una piccolissima fetta della realtà, cioè quella che è esperibile con il tatto e con l’udito, che può essere vista, assaggiata e odorata.

Ma ciò che sta alla base delle nostre azioni e delle nostre reazioni è qualcosa di impalpabile, così sottile da andare oltre la fisicità. Le emozioni, infatti, non hanno corpo, ma rivestono comunque un peso enorme nella nostra vita.

Amare ed essere amati ci rende felici, ma che odore ha la felicità? Le incomprensioni con le persone care, invece, ci fanno soffrire. E’ possibile descrivere il sapore della sofferenza?

Per riuscire a farlo è necessario fare un passo dentro e uno fuori.

E’ necessario entrare dentro se stessi per sentire il movimento del sangue che ci ricorda che siamo vivi, e uscire poi dal pragmatismo, andando a cercare suoni, colori e odori che raccontino il mondo che vive dentro.

In questo modo si delineano infinite realtà, ognuna appartenente a un cuore, a una mente e a una coscienza diversi.

E, dato che come è al di sopra così è al di sotto, immagina adesso la volta celeste.

Hai mai sentito dire che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle?

Io sono riuscita a comprenderne il significato guardando una bellissima intervista a Margherita Hack, in cui, con il piglio e l’accento tipici della Firenze più bella, l’astrofisica spiegava come l’universo primordiale fosse molto diverso da quello che conosciamo adesso.

Circa quattordici miliardi di anni fa, infatti, l’universo era composto soltanto da materia fusa e da particelle elementali e non aveva né stelle né galassie. Gli unici elementi presenti, allora, erano idrogeno ed elio.

Si formarono poi delle grandi stelle e all’interno di queste, tramite reazioni nucleari si formarono tutti gli altri elementi che sono presenti adesso nell’universo.

Gli elementi che compongono noi, ogni pianeta e tutto ciò che è visibile, si sono formati all’interno di alcune Supernove che, alla fine della loro vita sono esplose, rilasciandoli e arricchendo così tutto il mezzo interstellare.

Tutta la cosiddetta materia visibile, rappresenta meno del 5% della materia complessiva dell’universo.

Circa un quarto di esso è fatto di materia invisibile, mentre tutto il resto è composto da quella che viene chiamata energia oscura, poiché è per noi qualcosa di ancora sconosciuto.

Descrivere l’universo utilizzando solo ciò che di esso possiamo vedere sarebbe, quindi, indubbiamente riduttivo, proprio come lo sarebbe con qualunque altra realtà.

Per avere una visione completa è necessario comprendere anche ciò che non si può vedere, uscendo dagli schemi.

Questo è il messaggio, e questa è l’energia dell’Allacciatore dei Mondi Bianco.

Le porte si aprono sempre di fronte a chi sa guardare oltre le mura. E lì parlano gli Angeli e si mostrano le creature di luce e i respiri divini.

Ma l’Allacciatore dei Mondi non parla soltanto di ciò che è al di fuori della nostra percezione. In antichità esso veniva identificato con l’archetipo della morte e con l’opera rinnovatrice che essa svolge.

Nella cultura occidentale la morte è un concetto spaventoso, perché racconta l’inevitabile fine di ogni cosa.

In molte culture e religioni orientali, invece, la morte terrena costituisce un punto di collegamento tra tutte le vite in cui si reincarna un’anima all’interno del suo viaggio. In quest’ottica il distacco è foriero, ogni volta, di un nuovo inizio, poiché dalle ceneri rinascerà la vita.

In un’ottica spirituale, però, la morte fisica rappresenta solo il completamento di un cammino fatto, più o meno consapevolmente, anche di altre morti, dette appunto spirituali, dove, in seno ad una trasformazione continua, il vecchio Io lascia posto ogni volta a quello nuovo.

Adesso, per allontanare i fantasmi della morte ti farò un dono.

Si tratta di una memoria personale, di un souvenir lasciatomi da un viaggio interiore.

Un giorno, mentre nelle nebbie del sogno cercavo risposte, comparve di fronte a me un Maestro. Era bianco e alto come neppure immaginavo di poter divenire.

Gli chiesi risposte sulla morte, perché ne avevo paura, ma lui mi disse che mancavo totalmente d’istruzione.

La morte è un traguardo per cui bisogna essere pronti e a cui avvicinarsi con riverenza. Non tutti sanno morire, ma chiunque, di tutte le morti, si preoccupa proprio di quella che non gli porterà alcun dono”.

Serena Pusceddu

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Buona lettura... Ombretta

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