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Un tuono ricoprì l’aria e per un attimo fu impossibile pensare ad altro.

Il fuoco crepitava nel ventre del camino, mentre la pioggia puliva la strada dalle foglie morte.

Alla mia finestra si affacciò il mondo.

Il vento venne a sollevarmi, staccandomi dalle ossessioni che mi tenevano a terra. Sospesa a mezz’aria, mi accorsi di non appartenere più né al cielo né al suolo che conoscevo, perché la storia che raccontavano non era più mia.

Sentii che se mai fossi morta in quel momento me ne sarei andata da vecchia.

Mi resi conto della sabbia che volava intorno a me, quella stessa sabbia che un tempo accettò di portare su di sé il peso della Costruzione, e cercai di indovinarne i pensieri.

Parlava una lingua che non riuscivo a comprendere, fatta di pause, di momenti e di movimenti e che, persino durante le lunghe attese, non dimenticava mai il ritmo dell’esistenza.

Capii all’improvviso l’inutilità di ogni mia vergogna. Troppo spesso mi ero sentita inadatta ed inutile, mentre, ai miei piedi, il più piccolo tra i granelli esibiva con orgoglio il mondo tra le sue braccia, sentendosi anch’esso enorme.

Piansi e le lacrime pulirono la mia mente dalle foglie morte.

Il vento iniziò a cantare usando parole che non conoscevo. O che forse non ricordavo, poiché anch’io ero fatta d’aria.

Chiusi gli occhi per riuscire a sentire meglio. Una voce chiamò il mio nome e rise e mi sembrò così felice che non potei fare a meno di seguirla.

Avevo bisogno di gioia, avevo bisogno d’amore e di tutto quello che faceva commuovere la mia anima.

Giunsi così sul bordo di un precipizio, dove una bambina stava giocando con una marionetta, incurante dell’abisso alle sue spalle.

La guardai tirarne i fili, mentre la marionetta volteggiava senza enfasi nel suo umile vestito grigio, che toglieva anche a lei colore e audacia.

Avrebbe avuto più grazia se fosse stata nuda” mi ritrovai a pensare.

In quel momento, creando una grigia scia, la bambina gettò la marionetta nel cuore del burrone, continuando a ridere e battendo le mani.

Rimasi turbata dalla mancanza di sensibilità di quel gesto e scossi la testa.

La bambina se ne accorse e mi guardò, scuotendo la testa a sua volta, poi si portò un dito alle labbra come ad impormi di rimanere in silenzio. Fece tutto quanto continuando a sorridere con i suoi occhi grandi, mentre lo spazio intorno a noi si saturava di respiri e di sospiri. Lievi sussurri vennero ad accarezzarmi le orecchie senza, però, che riuscissi a comprendere cosa volevano raccontarmi.

Fu allora che la bambina saltò a sua volta nel burrone.

Inorridita, gridai con tutta la voce che avevo in corpo, e mi precipitai sul bordo del dirupo, mentre la disperazione mi strappava con violenza le lacrime dagli occhi.

Improvvisamente una risata emerse dal buio e, dove prima c’era soltanto un buco nero, iniziarono ad intravedersi dei colori.

Dall’umida nebbia che celava alla vista il fondo del baratro vidi comparire la bambina a cavallo di una piccola bicicletta rossa. Pedalava senza fatica, roteando nell’aria che si beava dell’allegria di tutto quel colore. Dietro di lei, con dei lecca-lecca come ali e senza più fili, la piccola marionetta riguadagnò a sua volta la luce della superficie.

Quando fu di nuovo di fronte a me, la bambina mi sussurrò “Non devi avere paura del Vuoto. Coloro che vi si calano hanno già sperimentato la morte, e vi si recano in cerca della Vita, poiché in esso si può soltanto nascere”.

Lasciai che quelle parole si sedimentassero sul fondale del mio cuore e feci un grosso respiro.

La paura si affacciò alla mia mente, ma la congedai senza esitazione, poiché la sua visita non mi era gradita.

Il rumore soffuso del Vuoto prese a raccontarmi tutte le storie che ancora potevo vivere, e compresi che dietro a quei sospiri si celava l’impazienza di chi vuole iniziare a volare.

Chiusi gli occhi e distesi le braccia per cingere tutto il cielo sopra la mia testa, quindi saltai gridando.

La nebbia corse al mio fianco, veloce, velocissima, finché la gravità non diminuì e la mia discesa si fece leggera. I miei abiti, fino a quel momento intatti, iniziarono a lacerarsi lentamente per lasciare posto alla mia nudità. Avvertii un lieve formicolio alle mani e ai piedi, da cui vidi staccarsi dei fili che non mi ero mai accorta di avere. Qualcosa mi disse che, quelle mani e quei piedi che avevo portato in giro per molto tempo, stavano finalmente diventando i miei, e lo stesso stava accadendo alla bocca, agli occhi e alle orecchie.

Incontrai allora una coltre di nubi e mi feci pioggia.

Arrivata sopra il tetto della mia casa divenni fine come il pensiero, e scesi a riprendermi il mio corpo e la mia vita.

Quando fui di nuovo alla finestra, la aprii per affacciarmi sul mondo.

Sentii il bisogno di ridere e lo feci proprio come avrebbe fatto un granello di sabbia, perché finalmente ero pronta per il Sole.

Serena Pusceddu

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